Frequenza di rimbalzo: che cos’è e come ridurla

Scritto da Tiziano Fogliata
Aggiornato il

La frequenza di rimbalzo in entrata, conosciuta anche come bounce rate, indica la percentuale di visitatori che terminano la visita dopo aver visualizzato solamente una pagina di un sito (non necessariamente la home page). Passiamo quindi in rassegna alcuni aspetti che possono influenzare la frequenza di rimbalzo di un sito.

Si tratta di una delle metriche più citate e spesso mal interpretate. È spesso trattata come se fosse l’indice della glicemia o il tasso di colesterolo nel sangue: va bene quando è bassa, va male quanto è elevata. In realtà il discorso è un po’ più complesso.

Cos’è un rimbalzo per Google Analytics?

Un rimbalzo si verifica quando sul sito si verifica una sessione (visita) che coinvolge una sola pagina. Ossia quando una persona arriva sul tuo sito e non compie nessun’altra azione che lo porta a visitare una seconda pagina del sito.

La frequenza di rimbalzo (che troverai spesso indicata anche come Bounce Rate) è il rapporto tra le sessioni di una sola pagina e tutte le sessioni. Quindi, se in un dato periodo, sul tuo sito sono state rilevate 100 visite e 70 di esse hanno coinvolto una sola pagina, la frequenza di rimbalzo sarà del 70%.

Uno degli errori che vengono compiuti più spesso è quello di valutare la frequenza di rimbalzo a livello globale, su tutto il sito. Dire che un sito ha una frequenza di rimbalzo media del 50% non permette di capire se è un dato positivo e negativo.

È più utile valutare la frequenza di rimbalzo in relazione alle sorgenti di traffico e alle pagine di destinazione.

Un’elevata frequenza di rimbalzo sulla home page può essere considerato un indicatore negativo, dato che in teoria la home page di un sito dovrebbe favorire la navigazione verso altri contenuti. Viceversa, un’alta frequenza di rimbalzo sugli articoli di un blog è piuttosto normale, dato che le persone che arrivano su tali pagine tendono ad abbandonare il sito dopo aver trovato la risposta alle loro domande.

Se ad esempio su una stessa pagina ottengo una frequenza di rimbalzo del 30% da parte delle visite provenienti da motori di ricerca e del 95% da parte di una campagna pubblicitaria, forse questo potrebbe indicare che il traffico generato da tale campagna non è molto interessato ai contenuti presenti su quella pagina.

La frequenza di rimbalzo però va sempre valutata in base agli obiettivi della pagina di destinazione. Se la pagina ha lo scopo di far proseguire la navigazione, allora una frequenza di rimbalzo elevata indica che tale pagina non sta svolgendo efficacemente il suo lavoro.

Un altro aspetto da considerare è che, per tutte le sessioni che hanno generato un rimbalzo, per Google Analytics non c’è alcuna differenza se tali visite sono durate pochi secondi o svariati minuti.

Se ad esempio hai una pagina che richiede almeno 5 minuti per essere letta integralmente, probabilmente ti interesserebbe sapere quanti escono dopo 30 secondi e quanti si fermano su tale pagina per almeno qualche minuto. Sarai d’accordo sul fatto che non avrebbe molto senso considerare nello stesso modo le visite fugaci di pochi secondi con quelle più durature, anche se entrambe hanno generato dei rimbalzi.

Perché può essere utile attivare la Frequenza di rimbalzo modificata

Proprio per ovviare a questo problema è possibile configurare quella che viene chiamata Frequenza di rimbalzo modificata (o Adjusted Bounce Rate). Grazie a questo accorgimento è possibile fare in modo che Google Analytics conteggi come rimbalzo solo le visite che coinvolgono una singola pagina e che hanno una durata inferiore a X secondi.

Le modalità per impostare la Frequenza di rimbalzo modificata sono diverse a seconda di come hai installato il codice di Google Analytics e di quale versione utilizzi.

Ad esempio, se utilizzi la versione Universal Analytics e vuoi fare in modo che vengano conteggiate come rimbalzo solo le visite con una permanenza inferiore a 60 secondi, puoi utilizzare un codice di questo tipo:

setTimeout("ga('send','event','adjusted bounce rate','visita alla pagina superiore a 60 secondi')",60000);

Se sul tuo sito WordPress hai installato Google Analytics usando il plugin Google Analytics Dashboard per WP (GADWP) che ti ho suggerito in precedenza, allora puoi inserire questo codice installato il plugin Header and Footer Scripts, che ti consente di inserire codici e script aggiuntivi nelle pagine del tuo sito WordPress.

Se invece utilizzi il più recente Global Site Tag devi usare un codice di questo tipo:

setTimeout(adjustedBounceRate, 60000);

function adjustedBounceRate() {
 gtag('event', 'adjustedBounceRate', {
    'event_category': 'Adjusted Bounce Rate',
    'event_label': '60 secondi'
});
}

In entrambi i casi, il numero 60000 si riferisce ai millisecondi di tempo. Quindi 60000 millisecondi sono uguali a 60 secondi.

Come diminuire la frequenza di rimbalzo lavorando sui fattori interni di un sito

Se il design e l’usabilità del sito sono carenti, è evidente che il navigatore che vi arriva per la prima volta abbia la tentazione di fuggire subito. Colori fastidiosi, testo illeggibile, uso eccessivo di suoni o animazioni sono tutti elementi che impattano negativamente sulla frequenza di rimbalzo.

È fondamentale inoltre che i contenuti presenti siano di ottima qualità e aggiungano valore all’esperienza del visitatore. Se il contenuto non mantiene quello che il titolo promette, è evidente che la persona tenderà ad abbandonare rapidamente la pagina. Cerca inoltre di adottare uno stile di scrittura che invogli il lettore a proseguire la visita approfondendo il tema su altre pagine del vostro sito. In alcuni casi anche l’utilizzo di contenuti correlati può essere utile. Inoltre, può essere utile sforzarsi di considerare quasi ogni pagine del proprio sito come una possibile landing page.

Spesso un sito viene abbandonato dai navigatori semplicemente perché risulta difficile da navigare e non pone in evidenza le sezioni principali. Prepara quindi un menu di navigazione che sia il più chiaro possibile e che permetta di accedere facilmente ai vari contenuti.

Tempo medio sulla pagina VS Durata sessione media

Recentemente un cliente mi ha scritto per esprimere tutti i suoi dubbi di fronte ad alcuni numeri riportati da Google Analytics, in apparente contraddizione tra loro.

Il mio cliente aveva attivato una campagna su Facebook che puntava ad una landing page presente sul suo sito.

Su Google Analytics nella sezione Acquisizione -> Campagne -> Tutte le campagne risultava che la Durata sessione media per le visite provenienti da quella campagna era di circa una decina di secondi.

Andando però a consultare la sezione Comportamento -> Contenuti del sito -> Tutte le pagine risultava però che il Tempo medio sulla pagina per quella landing page era di circa 2 minuti.

Questa profonda diversità tra la Durata sessione media e il Tempo medio sulla pagina aveva fatto nascere non pochi dubbi sulla correttezza dei dati mostrati da Google Analytics.

Come è possibile che le medesime persone che arrivano su una pagina dalla stessa campagna fanno registrare una durata media delle visite pari a 10 secondi, ma i tempi medi di permanenza sulla pagina sono di 2 minuti?

La spiegazione a questa apparente contraddizione è piuttosto semplice ed è collegata al modo in cui Google Analytics calcola le due medie.

Come prima cosa devi sapere che Google Analytics riesce a calcolare la durata della permanenza di un visitatore su una pagina solo come differenza tra l’orario di due eventi.
In pratica se un visitatore arriva su una pagina del tuo sito alle 14:00 e poi visita una seconda pagina del tuo sito alle 14:05, allora Google Analytics sa che il tempo di permanenza sulla prima pagina è stato di 5 minuti.

Se però un utente arriva su una pagina del tuo sito e si ferma per 20 minuti su quella pagina ma senza interagire con essa e poi o fugge su un altro sito o chiude la finestra del browser, Google Analytics non ha modo di calcolare il tempo di permanenza e quindi considera zero secondi la durata di quella sessione.

Nel calcolo della Durata sessione media vengono però conteggiate anche quelle sessioni di zero secondi.
Nel calcolo del Tempo medio sulla pagina invece non vengono conteggiate. Questo perché il Tempo medio sulla pagina è relativo solo alle visite nelle quali quella pagina non è stata l’ultima della sessione.

Spero che questo piccolo approfondimento ti sia d’aiuto. 

…e ricorda, non tutti i dati che vedi su Google Analytics sono quello che sembrano ;)

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13 commenti su “Frequenza di rimbalzo: che cos’è e come ridurla”

  1. Ohi grazie per l’informazione davvero utile.
    Nel mio blog c’ho un rimbarzo che è di poco sotto al 50 per cento….

    ma è così brutto?!

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  2. Sarebbe opportuno analizzare quali sono le pagine dove si registra il maggior tasso di abbandono ed anche monitorare il percorso compiuto dall’utente durante la procedura di acquisto.

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  3. Abbiamo lanciato un sito nuovo circa un mese fa legato ad un prodotto molto innovativo e connesso ad altri siti di varie aziende dello stesso gruppo. Abbiamo fatto una campagna acquisto banner, ma gli utenti che arrivavano cliccando sui banner avevano una frequenza di rimbalzo dal 60 al 90%… Qual'e' una frequenza di rimbalzo accettabile per pensare che la campagna banner sia riuscita?

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    • E' difficile stabilire un numero "buono" per la frequenza di rimbalzo. Di solito una FR intorno al 50% vengono già definite soddisfacenti, mentre sopra l'80% iniziano a essere preoccupanti. I dati da te forniti sono il segnale che qualcosa poteva essere migliorato per testare la risposta degli utenti.

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  4. Volevo sapere se il 62,35 per cento di frequenza di rimbalzo può essare considerato un valore buono oppure no. Ho letto da qualche parte che il valore dovrebbe stare sotto il 60 per cento. Il mio è un blog che tratta dei lavori manuali che faccio, dalla maglia al cucito al merletto. E' insomma un blog di nicchia, ma mi piacerebbe farlo crescere, in vista di un progetto personale. Grazie per la risposta, approfitto per linkarti nel mio blog.

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