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Lawrence Lessig fa una riflessione riguardante i siti che si basano sul concetto di “user generated content“, ossia i siti che sfruttano/utilizzano i contenuti generati dagli utenti stessi. La netta distinzione che suggerisce è quella tra i true sharing sites ed i fake sharing sites. I primi consentono una piena, completa e libera condivisione dei contenuti tra gli utenti, mentre i secondi cercano di simulare un’apparente spirito di condivisione mentre in realtà tendono solo ad indirizzare l’attenzione ed il traffico verso il proprio sito.
Lawrence Lessig fornisce anche degli esempi di queste due categorie di siti. Tra quelli “buoni”, inserisce ad esempio Flickr, blip.tv, Revver, EyeSpot ed alcuni servizi di Google. YouTube finisce invece nella “lista dei cattivi”, poiché non fornisce alcuno strumento per scaricare e fare proprio il contenuto caricato dagli altri utenti. L’embed di un video di YouTube in un altro sito non è considerato da Lessig come una vera e propria condivisione.
Una simile analisi porta Lessig ed in seguito Joi Ito a domandarsi se YouTube si possa considerare un servizio in linea con la “filosofia” Web 2.0.
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{ 4 commenti }
In effetti a pensarci bene…non ha tutti i torti…… :-|
Ciao
4 EveR YounG
si passa dal dire che il web2.0 non esiste ed è solo una trovata di marketing fino a queste analisi che spaccano il capello…
ma davvero qualcuno è interessato a questo tipo di discussioni?
io sinceramente no. anzi, trovo che sia piu’ interessante capire il successo di queste applicazioni e provare a formulare il futuro di internet (pensavo proprio oggi al gap che ancora esiste tra TV e WEB)
Secondo me questa osservazione di Lessig non è proprio inutile, perché porta a riflettere sui diversi modi di implementare servizi simili sul Web.
Sono però d’accordo con te sul fatto che spesso si leggono discussioni che vertono su argomenti veramente futili, simili quasi a certi dibattiti parlamentari ;)
Si, in effetti la riflessione di Lawrence Lessig è piuttosto interessante. Non ci avevo mai pensato, ma questo potrebbe diventare un interessante parametro per identificare le “web 2.0″.
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